venerdì 28 novembre 2025

Gianni De Michelis, il socialismo, la democrazia costituzionale e il mondo multipolare. Articolo di Luca Bagatin

Gianni De Michelis e Luca Bagatin, dicembre 2003

Il 26 novembre scorso, Gianni De Michelis, avrebbe compiuto 85 anni.

Lo conobbi nel 2003, quando era Segretario del Nuovo PSI, al quale mi iscrissi anch'io - pur per un breve periodo – essendo socialista (e mazziniano) fin da quando ero ragazzino e leggevo Marx, Proudhon, Garibaldi, Mazzini, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi, oltre ai discorsi di Craxi e dello stesso De Michelis.

Fu per me, quindi, un onore diventarne amico e avere anche l'occasione di essere relatore, accanto a lui, ad un convegno pubblico socialista (vedi foto).

De Michelis aderì al Partito Socialista Italiano negli Anni '60, collocandosi a quei tempi nella corrente di sinistra, guidata da Riccardo Lombardi, denominata “Alternativa Socialista”, nella quale erano presenti anche i socialisti rivoluzionari.

Nel 1976 appoggiò - e a mio avviso giustamente - la Segreteria guidata da Bettino Craxi e divenne componente della Direzione Nazionale del PSI.

Nel corso degli Anni '80 ricoprirà anche il ruolo di Ministro delle Partecipazioni Statali (quando in Italia e Europa ancora lo Stato contava qualcosa e la politica comandava sull'economia e non viceversa!), Ministro del Lavoro, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri.

Coinvolto nella falsa rivoluzione di Tangentopoli, sarà sottoposto a diversi procedimenti giudiziari, ma spesso fu assolto.

Denuncerà sempre, assieme a Craxi, il clima avvelenato di quegli anni, teso a colpire unicamente i partiti di governo e in particolare quel PSI che, se da una parte voleva modernizzare l'Italia, smarcandosi dalle “chiese” democristiana e comunista (ma già da tempo non più comunista e via via sempre più liberal-capitalista e visceralmente anti-socialista), dall'altra mirava a una politica estera multipolare, smarcata dagli USA e parimenti denunciava l'avanzare della globalizzazione neoliberale e le sue pericolose derive, che avrebbero portato – con il successivo avvento del capitalismo assoluto - a una diffusa povertà, alla sudditanza dell'Italia a poteri stranieri ed economici e all'immigrazione di massa.

Gianni De Michelis sosterrà sempre una politica estera multipolare, a partire dal ruolo centrale del Mediterraneo e dei Balcani in Europa (fece peraltro di tutto per evitare la disgregazione della Jugoslavia); propose l'integrazione della Federazione Russa nel sistema comunitario europeo; promosse un rapporto privilegiato e sinergico con una Repubblica Popolare Cinese, che già negli Anni '80 e '90 si stava modernizzando e aprendo al mondo.

A confronto dei politicanti di oggi, tutti chiacchiere, voltafaccia, rosari e tatuaggi da esibire, Gianni De Michelis, con realismo e pragmatismo, aveva tutto da insegnare. E lo avrebbe ancora.

Fu peraltro degnissimo consigliere di Silvio Berlusconi, negli ultimi decenni della sua vita e si può dire che proprio Berlusconi (non certo i suoi sodali, che presto lo tradiranno), fu l'ultimo politico di razza di questo triste scorcio di Seconda Repubblica.

A Gianni De Michelis, Paolo Franchi ha dedicato un'interessante biografia, “L'irregolare”, edita da Marsilio.

Appena uscita, nel 2024, l'ho volentieri recensita e può essere letta a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/07/lirregolare-gianni-de-michelis-nella.html.

Ci sono alcuni passaggi molto interessanti.

Fra questi una risposta di Gianni De Michelis all'intervista di Stefano Lorenzetto – che Paolo Franchi riporta - che recita così: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Ancora lontani erano i tempi delle irresponsabili Von Der Leyen e Kaja Kallas e delle e dei loro emulatori – bipartisan - in Italia.

Ancora lontani erano i tempi in cui persino i comici avrebbero fondato partiti e sarebbero persino stati eletti a capo di Paesi, con tutte le nefaste conseguenze del caso!

Indietro, ad ogni modo, non si torna più.

Ma il realismo e il pragmatismo di certi politici e statisti con la P e la S maiuscola rimangono, così come rimane l'insegnamento pratico di certi partiti politici storici che hanno guidato, nella democrazia costituzionale, l'Italia, dal 1946 al 1993.

Luca Bagatin

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martedì 25 novembre 2025

Ancora una volta (stra)vince l'astensione. E, forse, oggi, non potrebbe essere diversamente. Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, ma forse mai in maniera così massiccia, gli elettori, hanno disertato le urne.

Parliamo di quasi il 60% di elettori che, in Veneto, Campania e Puglia, non sono andati a votare a queste elezioni regionali.

Del resto, come si può votare, quando le regole sono truccate, ovvero le leggi elettorali in vigore, dal 1993 ad oggi, sono incostituzionali e prevedono maggioritari e sbarramenti di vario tipo, come ha spiegato anche al sottoscritto l'ex Sen. Socialista Giorgio Pizzol, in una recente intervista?

Come si può votare, quando i grandi schieramenti, quelli più pubblicizzati e sbandierati dai media, sono pressoché tutti uguali e tutti uniti nel sostenere più armi e meno stato sociale; più UE oligarchica e meno UE sovrana; più interessi personali e meno interessi per la comunità?

Stavo rileggendo un passo dell'ultimo saggio dell'amica Paola Bergamo, “Ritrovare i sentieri dell'Europa. Sulla via tracciata da Mario Bergamo”, che presenteremo l'11 dicembre prossimo, presso la Camera dei Deputati, alla presenza, fra gli altri, dei nostri comuni amici prof. Giancarlo Elia Valori, Augusto Vasselli e del Gen. Antonio Bettelli.

Paola così scrive, in un passaggio: “Il tema del rapporto tra cittadino e politica è centrale. Quest'ultima non viene più percepita come capace di occuparsi dei problemi concreti della polis per cercare di risolverli in tutto o in parte. (…) con l'avvento della Seconda Repubblica si è spazzata via un'intera classe dirigente, si è aperta la via del fenomeno bi-populista accelerato dal sistema elettorale maggioritario. Un sistema che, se tutto vorrebbe semplificare, di fatto tutto polarizza estremizzando il dibattito politico nell'ottica di una massimizzazione del consenso. In epoca proporzionale le spinte verso il consenso venivano contenute in molteplici sfumature che caratterizzavano la dialettica nello spazio politico con istanze provenienti senza mediazioni dalla base stessa. Esse venivano poi indirizzate dal sistema dei partiti, i quali, ben diversamente da oggi, non erano padronali e virtuali ma popolari e territoriali”.

Oggi, diversamente da ieri, assistiamo a personalismi estremistici, sempre più spesso provenienti da soggetti che si dicono – a sproposito - “riformisti” o di “centro” (posto che il centro, come la sinistra, nel nostro Paese e sempre più nel resto dell'UE, non esistono, nei fatti, pressoché più e ciò a partire dall'anno di disgrazia 1993). E che, al libero dibattito, vorrebbero sostituire la censura.

Oggi assistiamo a una pressoché totale mancanza di cultura politica e di conoscenza della Storia. Nazionale e internazionale. Assistiamo a slogan ripetuti ad oltranza, anche da un sistema mediatico sempre meno all'altezza e sempre meno di qualità, che preferisce anteporre la propaganda al confronto e all'approfondimento.

Che è riflessione, che è sfumatura.

E, dunque, come scrive Paola Bergamo, nipote dell'antifascista repubblicano mazziniano Mario Bergamo, era il sistema dei partiti, quelli veri, autentici, democratici, che hanno retto il Paese dal 1946 al 1993, che mediavano le istanze della comunità. Che la comunità ascoltavano. Che avevano dei valori, una Storia, una cultura e, soprattutto, che erano fatti di persone.

Di quelle che venivano chiamati “militanti”, che si riunivano nelle “sezioni di partito” e che spesso frequentavano anche apposite “scuole di partito”. Ove si imparava a vivere, prima ancora che a governare.

Oggi, diversamente, siamo nelle mani degli influencer politici di turno. Di soggetti che ieri dicevano una cosa, oggi ne dicono un'altra (spesso a seconda dei desiderata o del Presidente USA di turno o dei dirigenti UE del momento) e domani....? Chissà.

Soggetti senza radici storiche, culturali, sociali profonde. Che, della comunità, nel suo complesso, sembrano conoscere poco. Preferendo affibbiare etichette facili e fare della semplificazione la loro regola, in modo da evitare di entrare nel merito delle questioni.

Perché, se si entra nel merito, forse si rischia di perdere consenso politico.

Gli elettori, i cittadini, ad ogni modo, hanno compreso che, da tempo, il Re è Nudo. E, la stragrande maggioranza, non vota più e non segue più quelli che oggi ricoprono ruoli politici.

Ma, senza la base, senza la comunità, non si va certamente lontano.

Luca Bagatin

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sabato 22 novembre 2025

E' il momento della pace (che è sempre giusta e può essere duratura se si segue la logica). Articolo di Luca Bagatin

  

Finalmente, Trump, si decide a fare ciò che si era proposto molti mesi fa e a fare il pragmatico, promuovendo un piano di pace per la risoluzione della crisi ucraina.

E lo fa secondo logica conseguenza, al netto degli ideologismi dei fondamentalisti e dei fondamentalismi di ogni colore.

Un peccato che ciò non piaccia ai vertici dell'UE che, per primi, avrebbero invece dovuto lavorare per la pace, evitando di sostenere un'autocrazia né NATO, né UE.

E la pace è sempre giusta e logica, soprattutto se segue la Storia e la logica dei fatti.

E i fatti indicavano quanto scritto da Silvio Berlusconi nel 2015: “con la Russia ci sono delle serie questioni aperte. Per esempio la crisi ucraina. Ma sono problemi che è ridicolo pensare di risolvere senza o contro Mosca. Anche perché in Ucraina coesistono due ragioni altrettanto legittime, quelle del governo di Kiev e quelle della popolazione di lingua, cultura e sentimenti russi. Si tratta di trovare un compromesso sostenibile fra queste ragioni, con Mosca e non contro Mosca”. E, nel 2023, dichiarò: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Un conflitto, peraltro, già annunciato dallo scrittore dissidente russo Eduard Limonov, che per primo denunciò il nazionalismo ucraino russofobo, ma anche il regime di Putin.

Limonov, infatti, già nel 1992 mise in guardia dal nazionalismo di estrema destra russofobo, che stava montando nelle Repubbliche post-sovietiche, Ucraina in primis, alimentato dal sostegno Occidentale, esattamente come accaduto in ex Jugoslavia, per distruggere ogni forma di socialismo e sovranità ad Est.

Ma, parimenti, denunciò sempre il regime di Putin, al punto che il suo partito, il Partito NazionalBolscevico (raccontato e sostenuto anche dalla scrittrice Anna Politkovskaja), fu messo al bando e il successivo partito, “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, non può presentarsi alle elezioni.

Oggi Trump propone il ritorno delle zone russofone alla Russia e la neutralità dell'Ucraina, oltre che elezioni in quest'ultima, visto che erano state sospese da tempo.

Soddisfazione, in UE, per gli unici veri volenterosi, il Premier socialista democratico slovacco Robert Fico e il Premier conservatore ungherese Viktor Orban, che – pur su posizioni ideologiche differenti - hanno sempre sostenuto la necessità di un logico e pragmatico compromesso.

Adesso sarebbe tempo per ricostruire e ricucire i rapporti fra tutti, ma, chissà...

Gli unici Paesi a mantenere razionalità, logica e equilibrio in tale conflitto, sono stati la Repubblica Popolare Cinese e il Brasile di Lula.

Tali Paesi non solo non hanno mai introdotto sciocche e controproducenti sanzioni, ma hanno continuato a dialogare e commerciare tanto con la Russia che con l'Ucraina, tentando, fin dal 2022, una mediazione.

Nel febbraio 2022 il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, dichiarava, infatti: “L’Ucraina deve essere un ponte che unisce Est e Ovest e non una linea di fronte per una competizione tra diverse potenze”; proseguendo, affermò che occorre: “una soluzione pacifica che garantisca sicurezza e stabilità in Europa”, ricordando anche che “nessuno è al di sopra del diritto internazionale” e che “anche le preoccupazioni della Russia devono essere rispettate” e, all’UE aveva fatto presente che, “Se ci sarà un allargamento dell’Alleanza Atlantica ci sarà davvero garanzia della pace?” E’ una domanda che i nostri amici in Europa si devono porre seriamente. Perché le parti non possono sedersi ad un tavolo, condurre colloqui dettagliati ed elaborare un piano per mettere in atto le intese di Minsk?”.

Il mondo di oggi, globalizzato e interconnesso (e sempre di più, con l'Intelligenza Artificiale) dovrebbe anteporre il dialogo e la cooperazione. Sempre.

E fare sempre tacere la non-logica delle armi e quella della competizione.

Occorrerebbe, come sosteneva l'ex Ministro socialista degli Esteri Gianni De Michelis, integrare la Russia nel sistema comunitario europeo e allo stesso tempo cooperare con la Cina.

Rompere ogni forma di steccato e di sciocco pregiudizio ideologico, fuori dal tempo e dallo spazio.

Le sfide del futuro sono ben altre e Trump, Putin e Xi Jinping lo hanno compreso molto bene.

Per quanto, dei tre, solo il Presidente cinese voglia puntare a costruire una comunità dal futuro condiviso per l'umanità, capace di creare valore e benessere per tutti i popoli dei pianeta, attraverso proprio la cooperazione e la costruzione di un mondo più giusto e equo.

Trump e Putin, invece, sono assai discutibili per varie questioni, a iniziare dalla bramosia di potere e dall'essere seguaci del concetto “dividi et impera”, ma anche con costoro occorre dialogare, quali leader di potenze mondiali.

Quanto all'UE, nel febbraio scorso scrivevo questo e lo ribadisco, una volta di più: “Se l'UE volesse avere davvero un ruolo serio, dovrebbe porsi quale cerniera fra Ovest ed Est. Integrare la Russia nel suo sistema; entrare nei BRICS; investire in formazione, ricerca e sanità; promuovere la cooperazione internazionale e una NATO globale, proponendo l'entrata di quanti più Paesi possibili, compresa Russia e Cina, mirando a garantire stabilità, equità, cybersicurezza e lotta al terrorismo internazionale, che, lo abbiamo visto anche con il recente attentato di Monaco, è più vivo che mai (senza contare, aggiungerei, la sempre maggiore penetrazione del radicalismo islamista nella società europea, con tutte le gravi conseguenze del caso, oltre che il drammatico fenomeno delle baby gang, ancora estremamente sottovalutato).

Una UE senza un piano, che rimane serva dei desiderata del Presidente degli USA di turno è dannosa, in particolare per sé stessa. E lo è una UE senza una classe dirigente di alto profilo, che rimane ancorata a vecchie logiche da Guerra Fredda e che segue chi parla di “pace o condizionatori”, come se fossimo al mercato.

L'UE della Von Der Leyen, delle Kallas e dei Draghi, non è l'Europa unita e fraterna dei Giuseppe Saragat, degli Ernesto Rossi, dei Mario Bergamo e dei Bettino Craxi, che sono stati i nostri maestri politici, di ispirazione socialista democratica e repubblicana mazziniana”.

Chi vivrà vedrà. Ad ogni modo, a parlare, sono e saranno sempre i fatti.

Luca Bagatin

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giovedì 20 novembre 2025

Robert Fico, unico socialista al governo in UE e riflessioni sulla necessità di ricostruire un autentico Centro-Sinistra (quello vero, della Prima Repubblica). Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, Robert Fico, Presidente della Slovacchia e leader del partito socialista democratico SMER (Direzione Socialdemocrazia), si conferma l'unico leader autenticamente socialista in UE.

Egli, ancora una volta, critica le decisioni dei vertici dell'UE di isolarsi dall'approvvigionamento energetico russo a partire dal 2028, dichiarando di valutare la possibilità di citare in giudizio l'UE per tale irresponsabile decisione, che colpirà in particolare Slovacchia e Ungheria i cui governi, non a caso, a tale decisione si sono fermamente opposti.

Questa decisione è estremamente dannosa per noi. Sapete che non l'abbiamo votata”, ha sottolineato il Presidente Fico.

Il suo governo valuterà gli impegni presi dalla Commissione Europea nell'ambito del sostegno energetico alla Slovacchia ed in proposito ha aggiunto: “Tutto dipenderà molto da come la Commissione europea rispetterà i suoi impegni nei confronti della Slovacchia, assunti e firmati direttamente dal Presidente della Commissione Europea”.

Il Premier slovacco ha fatto presente che la decisione di isolarsi dall'approvvigionamento energetico russo, presa a maggioranza qualificata degli Stati membri, rappresenta una violazione della legislazione dell'UE.

Egli ha peraltro dichiarato che “Stiamo parlando di 140 miliardi di euro che la Commissione vuole letteralmente donare all'Ucraina, il che solleva un numero enorme di questioni legali e molta incertezza in Europa” ed ha manifestato preoccupazione relativamente alla confisca dei beni russi congelati, che potrebbe portare alla confisca di proprietà di Stati membri UE nel territorio della Federazione Russa.

Il socialdemocratico Fico, in più occasioni, ha manifestato dissensi nei confronti della politica dell'UE in merito.

Egli non ha sostenuto i pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa; ha preso le distanze nei confronti delle assurde dichiarazioni della rappresentante degli affari esteri dell'UE, nonché esponente della destra estone, Kaja Kallas, la quale avrebbe voluto impedirgli di partecipare alle celebrazioni a Mosca, del 9 maggio scorso, per ricordare le vittime della resistenza antifascista nella Seconda Guerra Mondiale; ha partecipato – unico leader dell'UE - all'80esimo anniversario della Vittoria nella Guerra di Resistenza Popolare Cinese contro l'aggressione giapponese e nella Guerra Mondiale Antifascista ed ha sempre dichiarato di voler lavorare, assieme alla Repubblica Popolare Cinese e al Brasile del socialista Lula, per un piano di pace che risolva la crisi russo-ucraina.

Per tutta risposta, il suo partito è stato estromesso dal Partito Socialista Europeo, che di socialista non ha più nulla da molti decenni.

A differenza di SMER (Direzione Socialdemocrazia), unico partito al governo in UE che, guarda un po', ha valori socialisti, patriottici e senza equivoci liberal-capitalisti e guerrafondai.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere, ma probabilmente in pochi ci rifletteranno.

Come in pochi rifletteranno sulla seria politica estera di Silvio Berlusconi e, ancor più e ancor prima, di Bettino Craxi.

Una politica estera responsabile, multilaterale, volta a far dialogare Ovest e Est; a unire anziché dividere e ad andare a colpire chi davvero vuole destabilizzare il mondo. In primis gli estremisti, gli irresponsabili, i fondamentalisti di ogni colore e fede religiosa.

Aggiungerei una riflessione, da socialista e repubblicano mazziniano, orgogliosamente senza tessera da anni, che ho scritto anche ieri sui social, con un positivo riscontro di pubblico.

Se si volesse ricostruire un autentico Centro-Sinistra, come nella Prima Repubblica, riformatore, responsabile e democratico (nulla a che vedere con l'ulivismo, il PD, il renzismo e il calendismo, anzi!), occorrerebbe:

1) lavorare per dichiarare le leggi elettorali dal 1993 ad oggi incostituzionali, come giustamente dichiarato anche dall'amico ex Senatore socialista Giorgio Pizzol, in una recente intervista che gli ho fatto (facendo pertanto decadere anche l'attuale maggioranza e pseudo opposizione);

2) reintrodurre il sistema proporzionale puro (come previsto dalla Costituzione);

3) lavorare per la ricostituzione di un forte stato sociale e per una società ordinata e moralizzata (la sanità, la scuola, lo stato sociale e l'ordine pubblico sono allo sbando. Il fenomeno baby gang, invece, è sempre più diffuso e purtroppo non solo quello);

4) isolare fondamentalisti, estremisti e censori che oggi si dicono "riformisti" senza esserlo;

5) dialogare con tutti i Paesi del mondo, nel quadro di un nuovo ordine mondiale multilaterale, fondato su giustizia sociale e sovranità nazionale. Ovvero iniziando a fare ragionare gli attuali estremistici e irresponsabili (tutt'altro che “volenterosi”) vertici UE.

Ovviamente sono, come spesso mi accade, molto pessimista, ma già sarebbe molto iniziare a discuterne.

Luca Bagatin

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mercoledì 19 novembre 2025

Intervista di Luca Bagatin all'ex Senatore del PSI e del PSDI Giorgio Pizzol

 

Giorgio Pizzol, classe 1942, già insegnante di lettere, avvocato e giudice di pace, fu Sindaco di Vittorio Veneto dal 1975 al 1982, reggendo forse una delle poche giunte di sinistra a quei tempi, composta da PCI, PSI, PSDI e PRI.

Nel 1987 fu eletto Senatore, nelle fila del PSI e, nel 1990, in contrasto con i vertici del partito, passò prima al gruppo misto e, successivamente, al PSDI, come indipendente, concludendo la legislatura nel 1992.

Giornalista pubblicista, dal 1995, ha collaborato con “La Tribuna di Treviso” e “La Nuova Ferrara”.

Oltre a due raccolte di liriche (“Le stagioni del presente” e “Versi sciolti”), ha pubblicato tre saggi sull'importanza della comunicazione: “Uno e molteplice” (1990); “Pensiero del limite e limite del pensiero” (1998” e “Il Pensiero Riflessivo” (2023).

Sempre a proposito dell'importanza della comunicazione, nel 1992, ha fondato la rivista “Dia Logo” ed è molto attivo nelle battaglie per la difesa della Costituzione Italiana.

Ho qui avuto l'amichevole possibilità di intervistarlo.

Cosa puoi dirci, innanzitutto, dell'ultimo scorcio della Prima Repubblica, avendo tu ricoperto la carica di Senatore nella X legislatura (1987- 1992) nel PSI e poi nel PSDI ?

Parto dal Messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Cossiga del 26 giugno 1991. Un atto eversivo.

Perché eversivo?

Mi spiego. L’Art. 87 attribuisce al Presidente il potere di inviare messaggi alle Camere al fine di garantire il rispetto della Costituzione.

In questo messaggio Cossiga, esorbitando clamorosamente dai suoi poteri, formulava una proposta di stravolgimento del dettato costituzionale. In sintesi, proponeva di annullare le funzioni del Parlamento, di trasferire il potere decisionale al Governo, di abolire i partiti come previsti dall’Art. 49 della Costituzione. Un colpo di stato bianco.

Sei stato fra i pochissimi, peraltro, a denunciare l'incostituzionalità del referendum per l'elezione del Senato, del 1993, che introdusse il sistema maggioritario nel nostro ordinamento. Cosa puoi dirci, in merito?

Il Referendum Segni-Pannella del 1993. Fu l’attuazione concreta del colpo di stato. La Corte costituzionale non avrebbe dovuto ammetterlo. Ad opporsi furono pochissimi davvero.

Il popolo fu ubriacato da una massiccia campagna di propaganda a favore del “sistema maggioritario all’inglese”. Segni e Pannella vinsero trionfalmente con l’82,74%.

Paradosso di un popolo che vota contro la sua sovranità.

L'incostituzionalità delle leggi elettorali maggioritarie, introdotte dopo il 1993, hanno fortemente ridotto la democrazia nel nostro Paese, impedendo a milioni di elettori di eleggere i propri rappresentanti (perché, introducendo maggioritario e sbarramenti vari, è quanto nei fatti è accaduto). Ciò ha prodotto l’astensionismo di massa e la sfiducia nel sistema politico. Che ne pensi?

Hai detto bene. Tutti i sistemi maggioritari sono in contrasto insanabile con gli Articoli 3, 48, 49, e 51 della Costituzione. Questi prescrivono un sistema elettorale proporzionale puro: senza premi di maggioranza e senza sbarramenti. Ogni lista deve poter ottenere un numero di seggi in proporzione esatta ai voti ricevuti. Le leggi maggioritarie, sono palesemente incostituzionali, leggi truffa.

A che cosa potrebbe portare il riconoscimento ufficiale dell'incostituzionalità di tali leggi elettorali? Pensi che sia una battaglia giusta e percorribile?

Temo che questo riconoscimento non ci sarà. Le leggi maggioritarie sono passate con l’avallo della Corte costituzionale e col consenso della stragrande maggioranza del popolo.

Nel 2020 il Movimento Cinque Stelle promosse un altro referendum sul taglio dei seggi del Parlamento da 945 a 600. Ottenne il SI' dal 69% dei votanti. Sempre con l’avallo della Corte. Trai tu stesso le conclusioni.

Che cosa pensi della scomparsa dei partiti socialisti in Italia, a partire dal 1993?

Ho vissuto, in prima persona, questa scomparsa.

Torniamo alla fine del 1989. Da molto tempo avevo osservato che nel Psi non vi era democrazia interna. I capi corrente prendevano decisioni a nome del partito senza alcun rispetto delle norme statutarie.

Il 2 gennaio 1990 comunicai al Segretario Bettino Craxi le mie dimissioni dal PSI e dal Gruppo socialista. Esposi la mia dissociazione dai comportamenti sopra descritti. Assicurai tuttavia il mio appoggio agli obiettivi di fondo del partito, come riportato anche da “La Repubblica” del 5 gennaio 1990.

Mi iscrissi, quindi, al Gruppo misto del Senato.

Dopo una decina di giorni mi contattò Antonio Cariglia, segretario del PSDI. E mi fece questo discorso.

Caro Pizzol conosco il tuo impegno per l’unità dei partiti di sinistra. Bettino Craxi ha in testa un’idea sciagurata. Vuole assorbire il PSDI nel PSI. Ha convinto due Senatori PSDI a entrare nel Gruppo socialista. Il Gruppo PSDI è rimasto con quattro membri, sotto il minimo di cinque richiesto dal regolamento del Senato. Dammi una mano a salvare il Gruppo”.

Accettai. Il PSDI conservò il suo gruppo per il resto della legislatura.

Ma poi i partiti della sinistra italiana non solo non si unirono, ma scomparvero...

Ciò avvenne in conseguenza del colpo di stato Cossiga-Segni-Pannella che fondò, appunto, la Seconda Repubblica. Per mezzo delle leggi maggioritarie, mise fuori combattimento tutti i partiti fondatori della Costituzione.

Cosa mi dici dei partiti socialisti del resto dell'UE, i quali ebbero una mutazione in senso liberal capitalista e spesso guerrafondaio?

Il colpo di stato in Italia fu a sua volta conseguenza dello sconvolgimento geopolitico prodotto dalla caduta del Muro di Berlino.

L’intera politica europea fu condizionata dalla politica degli Stati Uniti vincitori della Guerra Fredda.

I partiti socialisti dell’UE, per rendersi “presentabili” a Washington si convertirono al neoliberismo e si allinearono alle politiche militari dell’Occidente.

Descrivimi, in poche parole, la differenza fra Prima e Seconda Repubblica

La Prima era, con tutti i suoi difetti e le sue tragedie, “Una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; la Seconda è “Una Repubblica oligarchica fondata sul capitale”.

Luca Bagatin

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martedì 18 novembre 2025

Il diritto alla vita è anche diritto di poter scegliere come e quando morire. Articolo di Luca Bagatin

 

Il recente caso delle gemelle Alice e Ellen Kessler, le quali hanno deciso, a 89 anni, consapevolmente di morire assieme, praticandosi il suicidio assistito, ma anche il caso della ventiseienne fiamminga Siska De Ruysscher, che ha deciso di ricorrere all'eutanasia per depressione, riapre la questione del diritto alla morte.

O, meglio, del diritto di decidere quando e se morire con dignità.

Se esiste il diritto alla vita, perché è così tabù parlare di diritto alla morte?

Perché il peso delle religioni monoteiste istituzionalizzate e di tanto moralismo politico, è più forte di una scelta consapevole e personale?

Molti sono, nella Storia, recente o meno, coloro i quali hanno deciso consapevolmente di morire.

Fra i più celebri, il caso della scrittrice, giornalista e attivista per i diritti civili, Roberta Tatafiore, di cui ho molto scritto anni fa, anche in un mio saggio.

Decise di togliersi la vita nel 2009. E parlò di tale decisione nel suo diario, pubblicato postumo, da Rizzoli, con il titolo “La parola fine. Diario di un suicidio”.

Un diario tanto toccante e commovente, quanto consapevole.

Roberta Tatafiore così scriveva: “A chi appartiene la vita? La vita appartiene a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole, in base a ciò che gli suggerisce la coscienza”.

E mi ritorna alla mente la coscienza di Paul Lafargue (1842 – 1911), genero di Marx, di cui ho molto scritto, in un altro saggio.

Paul Lafargue amava la vita, era un gaudente sotto ogni punto di vista. E anche per questo era socialista e criticava lo sfruttamento del sistema capitalista fondato sullo sfruttamento del lavoro e del salario.

Egli scrisse “Il diritto all'ozio”. Un saggio di critica serrata del capitalismo, che generava lo sfruttamento del lavoro salariato, impedendo la piena emancipazione e autogestione dell'essere umano.

Un saggio pieno di umorismo, come ricordò il suo amico Karl Kautsky.

Paul Lafargue, fondatore del Partito Operaio Francese, nel 1882, massone e seguace delle idee socialiste libertarie di Proudhon (e spesso in contrasto con il suocero Marx) e in contatto con Karl Liebknecht e successivamente con Vladimir Lenin, decise, assieme alla moglie, Laura Marx, il 25 novembre 1911, di suicidarsi, per evitare le sofferenze della vecchiaia.

Egli così scrisse, nel suo testamento: “Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l'impietosa vecchiaia mi tolga a uno a uno i piaceri e le gioie dell'esistenza e mi spogli delle forze fisiche e intellettuali. Affinché la vecchiaia non paralizzi la mia energia, non spezzi la mia volontà e non mi renda un peso per me e per gli altri.

Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settant'anni; ho fissato la stagione dell'anno per il mio distacco dalla vita e ho preparato il sistema per mettere in pratica la mia decisione: un'iniezione ipodermica di acido cianidrico. Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà. Viva il Comunismo. Viva il Socialismo Internazionale!”.

Chi molto ama la vita, chi molto ama, in generale, probabilmente, meglio di altri può comprendere quanto la possibilità di decidere perché, quando e come morire sia importante.

E ciò va osservato, senza pregiudizio.

Ed è per questo che, per molti di noi, è incomprensibile come solo alcuni Paesi permettano eutanasia e suicidio assistito, mentre in altri, che comunque si dicono “democratici” e “civili”, ciò sia negato del tutto.

Ho molto scritto, di questo, fin da quando ero molto giovane. Perché io stesso ho sempre detto che, se mi trovassi nelle condizioni di non poter o voler andare avanti, in questa esistenza terrena, vorrei poter decidere di morire e di poterlo fare dignitosamente.

Ed è per questo che ritengo, come da sempre ritengono tutti gli autentici socialisti (e ne esistono ancora, ma spesso, in Italia e UE, sono senza tessera e senza partito), che sia importante prima di tutto investire nella salute pubblica.

Per fare prima di tutto stare bene le persone. Per evitare a quante più persone la sofferenza, sia fisica che mentale. Che è la prima cosa sulla quale occorre lavorare, sotto il profilo umano, civile e politico.

Anziché investire, in maniera sciocca, irresponsabile e sconsiderata, in strumenti di morte (non consapevolmente voluta, ma subita a causa della sconsideratezza di troppi politicanti), ovvero in armamenti e in sciocche contrapposizioni fuori dal tempo e da ogni logica.

Non c'è niente di buono o di mistico nella sofferenza, come magari ritengono alcuni credi religiosi.

Non c'è niente di buono nel negare al prossimo la possibilità di curarsi, perché magari non ha i soldi per farlo, come sempre più spesso accade nelle nostre società capitaliste, che si dicono però “democratiche”, ma la democrazia è tale se le leggi sono a beneficio della comunità, non di pochi.

Non c'è niente di buono nell'investire in strumenti di morte e offesa, anziché in educazione, elevazione morale e intellettuale.

Non c'è niente di buono nemmeno nel negare il diritto di scegliere come gestire la propria vita e, dunque, la propria morte.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 17 novembre 2025

In Ecuador confermata, dai referendum, la Costituzione introdotta dal socialista Correa. In Cile, alle presidenziali, vince al primo turno la comunista Jara. Articolo di Luca Bagatin

 

L'Ecuador, che, con le elezioni dell'aprile scorso, sembrava aver virato verso la destra liberal capitalista filo statunitense, eleggendo al secondo turno Daniel Noboa, domenica 16 novembre scorso, votando 4 NO ai referendum, ha dato una spallata tanto a Noboa, quanto alle mire degli USA sul Paese e confermato la Costituzione vigente.

Una Costituzione fortemente voluta dal governo socialista di Rafael Correa (costretto da anni all'esilio in Belgio, per persecuzione politica nel suo Paese) nel 2008 e già allora votata a maggioranza dai cittadini.

Con un'affluenza di oltre l'80%, i cittadini ecuadoriani si sono espressi: contro l'istituzione di basi militari e strutture straniere nel Paese con il 60,58% dei NO; contro il finanziamento pubblico ai partiti con il 58,7% dei NO; contro la riduzione del numero dei componenti dell'Assemblea legislativa e la loro elezione secondo nuovi criteri con il 53,46% dei NO; contro la convocazione e l'insediamento di un'Assemblea Costituente per redigere una nuova Costituzione con il 61,58% dei NO.

Fra i primi a complimentarsi con il risultato, il Presidente socialista della Colombia, Gustavo Petro, il quale, in un post su X, ha affermato: “Un voto contrario del 60% alla proposta del governo dimostra qualcosa che ho detto personalmente a Noboa: in Ecuador può esserci un dialogo nazionale che ci permetta di difendere il Paese dalle mafie che lo stanno travolgendo”.

Ed ha aggiunto: “Il popolo ha votato No alle basi militari straniere sul territorio ecuadoriano, dovremmo cercare modi istituzionali migliori per coordinare le nostre forze militari e di polizia contro le mafie che oggi sono il nostro principale nemico”.

Concludendo: “Ora credo molto più fermamente che il potere costituente conferito ai popoli che facevano parte della Gran Colombia consentirebbe la formazione di una confederazione, la quael potrebbe risolvere problemi comuni e farci acquisire molta più forza come nazioni confederate”.

A complimentarsi per il risultato, anche il Ministro degli Esteri venezuelano Yván Gil, che ha parlato di “Grande vittoria per la dignità dell'Ecuador”. E, ricordando i rivoluzionari latinoamericani anti-imperialisti più celebri, ha aggiunto: “inviamo le nostre più sentite congratulazioni e i nostri migliori auguri al popolo ecuadoriano, erede della grande patriota e rivoluzionaria Manuela Sáenz e del generale Eloy Alfaro”, sottolineando come l'Ecuador si sia ribellato alle “politiche servili promosse da un governo corrotto legato al narcotraffico, ottenendo una vittoria politica storica”.

Risultato storico anche alle elezioni presidenziali in Cile, tenutesi lo stesso 16 novembre scorso, alle quali, al primo turno, ha vinto la candidata comunista della coalizione socialista, socialdemocratica, radicale, comunista e democratico cristiana “Unidad por Chile”, Jeannette Jara, ottenendo il 26,85% dei voti, contro il 23,92% del candidato dell'estrema destra pinochetista José Antonio Kast.

Luca Bagatin

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