giovedì 26 dicembre 2024

Roberto Tremelloni, socialista democratico al servizio della comunità. Articolo di Luca Bagatin

La storia che racconteremo, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non esiste più.

Quella Prima Repubblica, nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra.

E' la storia di un socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.

Di Roberto Tremelloni (1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica: “Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un facilone né un demagogo”.

Tremelloni nacque a Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il suo carattere e il suo modo retto di fare politica.

Come riporta Granata, nel suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo sforzo per superarle diventa abitudine”.

Economista serio, fuori da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico nell'interesse di tutta la collettività”.

La sua politica fu sempre in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti di destra e sinistra”, affermava.

Da adolescente aderì al Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria, così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra democratica e laica.

Tremelloni si definiva, già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del Socialismo italiano, Filippo Turati.

Idee che guardavano a un libero mercato regolato a beneficio della collettività e non dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione dell'Italia, nel dopoguerra.

Un socialismo municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere, così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia, a partire dal settore energetico.

Un socialismo che lo farà approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine, Partito Socialista Democratico Italiano.

Si occupò, in gioventù, di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”, fino alla soppressione, durante il fascismo.

Nel 1926 fondò, peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.

Ma la sua vera passione sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche, nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università di Ginevra.

Furono quelli gli anni in cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora, non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.

Egli fu, peraltro, fra i fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.

Nel 1931, a Milano, fondò il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti dell'economia autarchica del regime.

Riuscì, ad ogni modo, a sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete antifascista.

Nel dopoguerra, Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.

Già allora egli mostrava il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito, contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).

Partito di sinistra laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC – PCI.

All'indomani della Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.

E' in questo ruolo che ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni forma di protezionismo economico.

Ampliamento dei mercati e produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.

Il tutto, secondo Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante” intervento pubblico nell'economia del Paese.

In questo senso, fu un sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.

La politica di Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico, come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.

E questa sarà la politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro (1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).

Una politica improntata alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa, ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali Tremelloni intese investire maggiormente.

Inutile dire che si scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.

Fu, come moltissimi esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre che dell'autonomia decisionale dell'Italia.

Fu, da Ministro delle Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose critiche, da destra e sinistra.

La sua linea rigorosa era comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.

Come fa presente Mattia Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche delusioni e persino problemi di salute.

Egli detestava l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la degenerazione partitocratica.

Tutte cose che riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai avrebbe voluto assumere.

Pacifista della prima ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi difronte a una realtà clientelare diffusa.

Tentò di riformare il SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo Moro-Nenni, nel 1964.

All'epoca, Tremelloni, fu lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano sostituendo allo Stato.

Nel saggio “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…) legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…). “Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.

Da allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di consensi da parte dell'opinione pubblica.

Così scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di sinistra”.

In un PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò di sottolinearlo, nelle sue memorie).

Tremelloni non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita, nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.

Tremelloni, ad ogni modo, non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un aumento degli sprechi nel settore pubblico.

Aspetti, entrambi, peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo conosciuta.

L'ultimo atto politico di Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”, del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).

Dopo di allora, come ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.

Molto lo aveva deluso la politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero dovuto tenerlo in palmo di mano.

Come, del resto, accadde nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana, sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise in un canto.

Dei migliori, del resto, pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso Tremelloni.

Se vogliamo comprendere le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non ragionare guardando al nostro passato.

E non possiamo non onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la lungimiranza e intelligenza.

Sono fra coloro i quali, pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista democratica, ormai allo sbando.

Ciò che è possibile e necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.

“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso, un saggio preziosissimo.

Un documento raro, fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi, militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono, specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto Tremelloni.

Di cui, chi vi scrive, parlerà ancora, in altri articoli, nei mesi a venire.

Luca Bagatin

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mercoledì 25 dicembre 2024

Perché un socialista democratico dovrebbe ricordare Nicolae Ceausescu?

 

Perché è importante per un socialista democratico ricordare il Presidente Nicolae Ceausescu, barbaramente ucciso in questo giorno, nel 1989 (perché troppo autonomo dalla Mosca gorbacioviana e dai desiderata atlantisti di Washington)?
Perché fu un amico del PSDI, del PSI e, dunque, del Socialismo Italiano e fu, anche in questo senso, fra i primi, in Europa (se non il primo) a parlare di un nuovo ordine mondiale multipolare e pacifico.
Nelle foto qui presentate, il Presidente Ceausescu e l'allora Segretario del PSDI Pietro Longo, oltre che con Bettino Craxi, Segretario del PSI e una raccolta di scritti di Ceausescu, che fu presentata, in Italia, presso l'Accademia di Romania, nel 1979, oltre che dal prefatore, prof. Giancarlo Elia Valori (già biografo di Ceausescu in Italia), anche dagli Onorevoli del PSDI Longo e Enrico Ferri.
Abbiamo bisogno, oggi, di uomini di pace, socialisti, oltre i blocchi contrapposti e le sciocche tifoserie! Un mondo multipolare, pacifico e più giusto è possibile e doveroso!

 Nicolae Ceausescu, un socialista oltre i blocchi contrapposti. Articolo di Luca Bagatin (clikka qui per leggerlo)

Presentazione libro di Ceausescu con Giancarlo Elia Valori, Pietro Longo, Enrico Ferri e altri (per visualizzarlo clikka qui)


 

venerdì 20 dicembre 2024

Il senso di responsabilità della Repubblica Popolare Cinese difronte alla crisi globale. Il bilancio tracciato dal Ministro Wang. Articolo di Luca Bagatin


E mentre le irresponsabili USA e UE e il nuovo Segretario generale della NATO, Rutte, mantengono posizioni irresponsabilmente belliciste, anziché promuovere distensione e inclusione, lavorando per un mondo più sicuro, giusto e unito, la Repubblica Popolare Cinese, traccia un bilancio della situazione internazionale e delle sue relazioni estere.

Il 17 dicembre scorso, infatti, il Ministro degli degli Esteri cinese Wang Yi, che è anche componente dell'Ufficio politico del Comitato Centrale del Partito Comuniste Cinese, ha tenuto, a Pechino, un simposio in tal senso.

Nell'ambito dell'incontro, il Ministro Wang ha delineato, non solo il lavoro tenuto dalla diplomazia cinese nel 2024, ma anche le priorità per l'anno venturo.

Riassumendo, egli ha rammentato le linee guida della Repubblica Popolare Cinese, volte alla “costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l'umanità”, che preveda un progresso nelle relazioni fra gli Stati, alla ricerca di coesistenza pacifica.

In tale ambito, il Ministro ha rammentato come sia stato importante elevare i rapporti fra Cina e il Brasile guidato da Lula, Paesi entrambi impegnati nella costruzione di un mondo più giusto e pacifico, in grado di gettare acqua sugli attuali conflitti internazionali.

E Cina e Brasile lo hanno fatto, stilando, per quanto riguarda la crisi ucraina, un piano di pace in sei punti e promuovendo il Gruppo degli “Amici per la pace”, che ha riunito in particolare numerosi Paesi del Sud del mondo.

Altro punto toccato dal Ministro Wang, è la costruzione di una comunità Cina-Africa, volta a promuovere un rapporto più stretto e fondato sulla solidarietà dei popoli africano e cinese.

Per quanto riguarda il conflitto a Gaza, il Ministro cinese ha rammentato come questo abbia causato troppe vittime civili e come sia prioritario il “cessate il fuoco globale”, volto a garantire assistenza umanitaria e “realizzare la soluzione dei due Stati”. E il Ministro ha ricordato come la Cina abbia agito in tal senso, nel corso dell'ultimo anno.

Medesima cosa la Cina ha fatto per quanto riguarda la “pace nel Myanmar settentrionale” e “sostenuto l'Afghanistan nella costruzione di un quadro politico inclusivo e nella realizzazione della pace e della ricostruzione”.

Per quanto concerne la crisi siriana, il Ministro Wang ha fatto presente che “la Cina continuerà a stare al fianco del popolo siriano e a sostenere il principio “guidato e posseduto dai siriani”. La Cina si oppone al tentativo delle forze terroristiche di sfruttare la situazione per creare caos e aiuterà la Siria a mantenere la sua sovranità e a ripristinare la stabilità”.

Egli ha, altresì, rimarcato come la Cina sia un membro importante del cosiddetto “Sud globale” e come sia “impegnata per l'unità e il rafforzamento del Sud globale”.

In questo senso, il Ministro, ha fatto presente come i BRICS siano una realtà volta proprio a rafforzare la solidarietà e cooperazione fra i Paesi del Sud del mondo.

Per quanto concerne le relazioni fra Cina e UE, il Ministro ha affermato come la Cina sia “pronta a collaborare con la parte europea per gestire correttamente le differenze e le controversie, cercare soluzioni win-win e salvaguardare congiuntamente il libero scambio e il multilateralismo”.

Anche per quanto riguarda le relazioni con gli USA, il Ministro Wang si è detto favorevole alla cooperazione in quanto entrambi i Paesi “potranno realizzare grandi cose insieme”.

Facendo, altresì presente, che in ogni caso la Cina intende salvaguardare “fermamente la sua sovranità, la sua sicurezza e i suoi interessi di sviluppo, e si oppone fermamente alla repressione illegale e irragionevole da parte degli Stati Uniti. In particolare, per quanto riguarda la grave interferenza degli Stati Uniti negli affari interni della Cina, come Taiwan, la Cina deve dare una risposta ferma e robusta per difendere risolutamente i suoi legittimi diritti e interessi e salvaguardare le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali”.

Il Ministro Wang, in conclusione, ha sottolineato come la Cina sostenga il multilateralismo e la giustizia, opponendosi a ogni forma di “unilateralismo” e “bullismo” e che presto si terranno le “commemorazioni per l'80° anniversario della vittoria della guerra di resistenza del popolo cinese contro l'aggressione giapponese e la guerra antifascista mondiale, promuoveremo una corretta visione della Storia”.

In tal senso – ha affermato il Ministro Wang - “salvaguarderemo fermamente il sistema internazionale con l'ONU al centro, l'ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale e le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali basate sugli scopi e sui principi della Carta delle Nazioni Unite”.


Luca Bagatin

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lunedì 16 dicembre 2024

Bilancio geopolitico, fra conflitti non sanati e nuove sfide globali. Articolo di Luca Bagatin


Queste sono riflessioni che scrivevo esattamente un anno fa, ma vedo che niente è cambiato, anzi, per cui vorrei riproporle, aggiornandole.

Da due anni USA e UE gettano benzina sul fuoco di conflitti che hanno origini lontane.

E si fomentano i fondamentalismi religiosi, anziché sostenere le realtà laico-socialiste (vedi la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad).

Ad Est, il conflitto russo-ucraino, ha origine della disgregazione dell'URSS, avvenuta a seguito di golpe interni e esterni. Una tragedia immane che ha lasciato il popolo sovietico (compresi i popoli russo, ucraino, lettone e così via) - finito sul lastrico - nelle mani di oligarchi ed estremisti di destra.

Una tragedia che preoccupò finanche la classe politica di governo dell'unico vero centro-sinistra italiano, lungimirante e responsabile, della gloriosa Prima Repubblica, che si reggeva sull'asse socialisti - democratici cristiani - socialisti democratici e repubblicani.

Una tragedia tanto quanto quella che portò alla distruzione della Jugoslavia, sulla quale gli USA e i loro alleati, soffiarono sul fuoco, portando morte, distruzione e barbarie.

E pensiamo a quanto l'Italia di allora, con Gianni De Michelis Ministro degli Esteri, grande amico del Paese balcanico, tentò il tutto per tutto per evitare la guerra.

La politica delle sanzioni è sempre una politica deleteria e non fa che rafforzare chi siede al governo del Paese sanzionato. E' storicamente sempre stato così e solo chi non osserva la Storia non lo comprende. Se ad essere sanzionato è, peraltro, un Paese che detiene risorse (gas, petrolio o altro) di cui il sanzionatore ha necessità, allora le difficoltà maggiori le avrà senza dubbio il sanzionatore.

E' quanto avvenuto con le assurde sanzioni alla Russia da parte dell'UE, imposte senza alcun criterio da politici e tecnici totalmente irresponsabili e per nulla lungimiranti.

Qualcuno disse, facendo una battuta tanto pessima, quanto fuori luogo: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”. In realtà anche un bambino capirebbe che, se vuoi la pace (e anche salvare il tuo Paese, la sua economia e evitare, in generale, morti innocenti), ti adoperi affinché questa avvenga e cerchi di operare in modo serio e lungimirante, ovvero:

1) se vuoi la pace cerchi il dialogo;

2) non ha senso ed è controproducente impegnarsi militarmente in conflitti che non ci riguardano;

3) pace e commercio con TUTTI, come disse il Presidente statunitense Thomas Jefferson (1743 - 1826), nel suo primo discorso di insediamento alla Presidenza: “Pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, nessun vincolo d"alleanze"”;

4) nessuna ingerenza in casa di altri;

5) rispetto e promozione del diritto internazionale;

6) cooperazione e rispetto dell'autodeterminazione dei popoli.

E' chiaro che, i problemi sia nazionali che europei si trascinano dal 1993, l'anno orribile che, in Italia, ha distrutto una classe politica democratica e lungimirante, che – pur rimanendo ancorata all'Alleanza Atlantica - dialogava con tutti, favoriva la pace, la concordia, il commercio internazionale, la stabilità economica, ma non a scapito delle tasche dei cittadini (come invece fa l'UE, con politiche di austerità, aumento del tesso di interesse, deregolamentazione del mercato energetico e così via).

Una classe politica che, in Italia e Europa, prima del 1993, non favoriva il militarismo, non inviava armi, gettava acqua sul fuoco di ogni conflitto. Ed erano gli anni terribili della Guerra Fredda!

Oggi sembra che i governanti di USA e UE siano fermi alla mentalità della Guerra Fredda, ma siano totalmente privi della lungimiranza, responsabilità e intelligenza dei politici che li hanno preceduti e che la Guerra Fredda l'hanno vissuta davvero.

I politici di USA e UE di oggi sembra, in sostanza, che giochino con i videogames, ma, purtroppo, le vittime che le loro politiche irresponsabili generano sono fin troppo reali.

Nel 1993 non solo ad Est erano già crollate realtà pluri-nazionali, che erano unite nel socialismo, ma, in Italia, una strana convergenza fra settori mediatici, finanziari, postcomunisti, postfascisti e leghisti metteva fine al governo di centro-sinistra (l'unico vero centro-sinistra in Italia), che aveva garantito stabilità dal 1948, ovvero l'anno dell'inizio ufficiale della ricostruzione dalle macerie del vergognoso regime mussoliniano.

Dal 1993 in poi, il diluvio.

L'avvento al governo, non solo di imprenditori, tecnici, comici, postfascisti e postcomunisti ormai promotori del capitalismo assoluto, ma anche l'avvento dell'austerità in UE; la deregolamentazione dell'economia; le privatizzazioni selvagge; la perdita di sovranità dell'Italia e di ogni Paese europeo; l'apertura indiscriminata delle frontiere, la delocalizzazione delle imprese (con conseguente perdita di posti di lavoro nei singoli Paesi europei); la distruzione della scuola e della sanità pubbliche. Tanto per citare alcuni effetti nefasti che si sono diffusi a macchia d'olio negli anni. E siamo ancora lì, a quel punto.

Ciò che siamo oggi lo dobbiamo a quanto avvenuto esattamente trent'anni fa.

Da dire, ad ogni modo, che la globalizzazione ha favorito, a livello internazionale, nel lungo periodo, più i Paesi emergenti e storicamente sfruttati dal colonialismo Occidentale.

Pensiamo alla Cina, all'India, al Brasile e ai BRICS in generale. Paesi che, in modo molto intelligente e lungimirante hanno saputo unirsi, cooperare, favorire le proprie economie interne investendo in settori produttivi (e non in armamenti!) e soprattutto non chiudendosi – ideologicamente – nei confronti di quei Paesi che avevano sistemi e valori diversi da loro.

La massima del buon Thomas Jefferson - “Pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, nessun vincolo d"alleanze"” - sembra dunque essere da tempo diventata l'orizzonte dei BRICS.

E già il buon leader socialista cinese Deng Xiaoping – aprendo la Repubblica Popolare Cinese al mercato, ma mantenendo, giustamente e responsabilmente, nelle mani della comunità e del pubblico tutto l'apparato economico – con la celebre frase “Non importa se il gatto è bianco o nero, l'importante è che acchiappi i topi”, vide lontano.

Oggi fanno molto sorridere i finti “sovranisti”, che a parole vorrebbero combattere la globalizzazione, con politiche anti-storiche quanto controproducenti (come l'imposizione di dazi doganali). Pseudo “sovranisti” che rimangono legati alla visione liberal-capitalista della Guerra Fredda, senza alcuna visione del presente, né del futuro. E non si dimostrano minimamente differenti dai vari “liberal” alla Biden and Co..

Oggi il mondo ha alcune sfide molto serie da affrontare e, se tutti i Paesi non si siedono ad un tavolo e non si uniscono in tale ottica, sarà molto difficile risolverle.

Il rischio di pandemie continue è dietro l'angolo. Il rischio di attentati di matrice terroristico-ideologica-religiosa lo è altrettanto. Le città sempre meno sicure per quanto riguarda la criminalità (più o meno organizzata) e le baby gang - sempre più drammaticamente in crescita - è un altro serissimo problema, ancora profondamente sottovalutato. La sanità pubblica al collasso. Una scuola pubblica che ha smesso di formare.

Tutti problemi che vanno discussi, seriamente, anche e soprattutto a livello internazionale. Evitando sciocche divisioni. Mantenendo un atteggiamento di concordia, rispetto reciproco, cooperazione, collaborazione paritaria.

Altro settore al quale andrebbe posta seria attenzione è quello tecnologico, in particolare relativo all'Intelligenza Artificiale.

L'IA rischia di sfuggirci di mano. Quello che personalmente chiamo “governo delle macchine” sulle persone, potrebbe diventare un problema molto serio. Già ciascuno di noi è, spesso e inconsapevolmente, psicologicamente dipendente dal suo smartphone.

Le nuove tecnologie per uso civile ci stanno facendo diventare degli analfabeti funzionali. Non siamo più in grado di scrivere, parlare correttamente e, dunque, di ragionare correttamente e, più in generale, rischiamo di compromettere ogni nostro processo cognitivo.

Se l'attuale classe politica occidentale è meno lungimirante del passato, un motivo c'è e viene sottostimato. Così come viene sottostimato il fenomeno degli hikikomori, ovvero quelle persone – in particolare giovani – che si auto-isolano dalla società e si rinchiudono nel loro mondo virtuale e fatto esclusivamente di tecnologia.

L'IA per uso civile, peraltro, sta e rischia sempre più di sostituire i mestieri, sia nel settore dell'arte (musica, cinema, letteratura), ma anche – via via - in tutti i settori produttivi.

Ragionare in merito all'IA per uso civile – arrivando anche a porvi un limite - dovrebbe essere argomento di discussione molto serio.

Si tende, purtroppo, a livello globale, ad analizzare i fenomeni osservandone i vantaggi a breve o brevissimo termine. Non ragionando nel lungo e lunghissimo periodo. Salvo condannare le generazioni future, presto o tardi, a una schiavitù che oggi – in modo molto miope – non si vorrebbe vedere.

In generale non sono molto d'accordo con l'affermazione dell'economista John Maynard Keynes “Nel lungo periodo siamo tutti morti”.

La Storia dimostra, ha dimostrato e sta dimostrando che, quei popoli che hanno saputo essere lungimiranti, ovvero ragionare nel lungo e lunghissimo periodo, hanno saputo resistere ad ogni crisi, uscendone rafforzati.

Luca Bagatin

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domenica 8 dicembre 2024

Dopo la Libia, cade anche la Siria laica e socialista e adesso? Articolo di Luca Bagatin

 

Nel 2011 accadde alla laica e socialista Libia, guidata da Mu'Ammar Gheddafi. Anche allora gli islamisti, destabilizzarono in Paese, uccisero Gheddafi e distrussero ogni forma di laicità, socialismo e democrazia nel Paese.

Oggi accade alla laica e socialista Siria, guidata da Bashar al-Assad, rieletto, peraltro, nel 2021, con un'ampia maggioranza di consensi.

Deposto dai soliti islamisti, destabilizzatori, impropriamente definiti “ribelli” dai media nostrani.

Addio laicità, addio socialismo arabo, unico baluardo contro l'Islam radicale.

Del resto, anche nell'allora Jugoslavia, socialista e laica, accadde la stessa cosa, nei primi anni '90.

E i Paesi liberal capitalisti, USA in primis, a soffiare sul fuoco, anziché spegnerlo.

Solamente la Russia e la Cina sono state in prima linea contro il terrorismo destabilizzatore in Siria.

USA e UE temono oggi, giustamente, la radicalizzazione della Siria nelle mani degli islamisti, ma cosa hanno fatto sino ad oggi?

Cosa hanno fatto, in questi anni, a parte sostenere e inviare armi a governi guerrafondai e di destra più o meno estrema, oltre che sanzionare Paesi laici e socialisti (vedi la stessa Siria, oltre che Cuba, il Venezuela, ma non solo)?

Tralasciando la politica pessima e sconsiderata di Biden, il neo-eletto Trump, peraltro, farebbe malissimo a volere che gli USA lasciassero la NATO, ma dovrebbe rendersi promotore di un rinnovamento della NATO e di un totale cambio di passo dell'Alleanza.

Promuovendo l'entrata, nell'Alleanza Atlantica, anche di Russia (che lo chiese negli Anni 2000) e di Cina (ci fu qualche dirigente cinese che, nel 1999, avanzò tale ipotesi), oltre che di altri Paesi, BRICS in primis, lavorando, così, alla cessazione di ogni conflitto e controversia internazionale.

Rendendo l'Alleanza in grado di lavorare, dunque, a cose serie e davvero utili e necessarie: sicurezza internazionale, lotta al terrorismo e al cyberterrorismo, prevenzione delle calamità naturali in primis.

Il mondo è cambiato e gli USA, oltre che l'altrettanto irresponsabile UE, dovrebbero rendersene conto.

Non esiste più un'egemonia mondiale ed è giusto e naturale che sia così.

Il mondo è multipolare e si trova difronte nuove sfide e pericoli da affrontare. Fra questi il fondamentalismo religioso e nuovi episodi di intolleranza, oltre che conflitti inimmaginabili persino durante la terribile Guerra Fredda.

Situazioni che le attuali leadership di USA e UE non sembrano affatto in grado di voler affrontare con serietà e capacità, anzi, sembrano continuare a soffiare sul fuoco.

Trump, peraltro, parla ancora di dazi, altra misura totalmente ideologica e economicamente svantaggiosa per tutti.

Le divisioni in blocchi, le ideologie, le contrapposizioni, non fanno che impedire ciò che serve davvero e mai come in questi anni di follia e sconsideratezza: dialogo, cooperazione, stabilizzazione, prosperità comune, sicurezza.

Vedremo nuovamente la luce in questa oscurità?

Luca Bagatin

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giovedì 5 dicembre 2024

In memoria del Compagno Paolo Pillitteri. Articolo di Luca Bagatin


Sandra Milo, Ugo Intini, Lino Jannuzzi, Ottaviano Del Turco, Filippo Panseca e, oggi, Paolo Pillitteri.

Sono troppi i Compagni socialisti che questo orrendo 2024 ci ha portato via.

Compagni, alcuni dei quali erano miei amici o, comunque, avevo avuto modo o di conoscere o di avere, con loro, alcuni scambi epistolari.

Paolo Pillitteri, che ci ha lasciati il giorno stesso del suo compleanno, lo avevo conosciuto personalmente vent'anni fa, presso la redazione milanese del quotidiano nazionale “L'Opinione delle Libertà”.

All'epoca, 25 enne, muovevo i miei primi passi nel mondo del giornalismo e iniziai a collaborare - a livello nazionale - proprio con “L'Opinione” (oltre che con “L'Avanti!”). Diretto da Arturo Diaconale e condiretto proprio da Paolo Pillitteri.

Pillitteri era un Compagno di militanza socialista anche per chi, come me, quando il PSI scomparve, era appena adolescente. Perché socialisti si nasce e si è sempre orgogliosi di esserlo.

Con o senza tessera. Con o senza partito.

Ricordo che, vent'anni fa, nel suo ufficio milanese, parlammo a lungo di cinema, di cui era esperto e appassionato. Ma non solo.

Parlammo di suo cognato Bettino, di Pietro Nenni e dei padri e delle madri del socialismo italiano, ovvero di Filippo Turati, Angelica Balabanoff e Anna Kuliscioff, della quale egli scrisse un'appassionata biografia, edita da Marsilio nel 1986.

Ammiravo Paolo Pillitteri sin da quando ero bambino e leggevo di lui (avrò avuto 9 o 10 anni), oltre che del PSI, nella stampa degli Anni '80 e, per me, fu un onore conoscerlo e collaborare al suo giornale, oltre che veder pubblicate sue e mie riflessioni sulle stesse pagine di un libro che Rubbettino pubblicò in quegli anni, dal titolo: “Democrazia e libertà. Riflessioni laiche”.

Con Pillitteri condivisi peraltro, pur per un breve periodo, almeno per me, la rinascita del PSI, nell'esperienza di rifondazione operata dal grande Gianni De Michelis, altra figura che conobbi in quegli anni e di cui fui amico.

Paolo Pillitteri, classe di ferro 1940, siciliano di nascita, ma milanese di adozione, oltre ad alternare la sua attività di critica cinematografica e giornalistica, fu, sin dai tempi dell'università, attivissimo in politica. Ricordo di aver visto in qualche libro una sua foto, giovanissimo, con il megafono in mano e i piedi su una cattedra.

Nel 1965 sposò Rosilde Craxi, sorella di Bettino e, 1969, aderì al Partito Socialista Unificato e, dal 1971 al 1975, aderirà al Partito Socialista Democratico Italiano.

Nel 1975 darà vita al Movimento Unitario di Iniziativa Socialista che confluirà nel PSI nel 1976, anno in cui Bettino Craxi diventerà Segretario e darà vita a quel nuovo corso socialista, che riporterà il Partito Socialista Italiano ad essere protagonista della vita politica italiana e internazionale.

Un Partito Socialista Italiano autonomista, per la promozione della sovranità nazionale, della pace internazionale, del multilateralismo, della modernizzazione, dei diritti dei popoli oppressi (popolo palestinese in primis), dei diritti civili e sociali per tutti.

Pillitteri ricoprirà, nella sua Milano, la carica di Assessore con delega all'edilizia privata e successivamente al bilancio e farà parte della giunta comunale milanese sino al 1980.

Celebre, di quegli anni, una foto che lo ritrae assieme all'illustre esponente socialista democratico milanese Renato Massari e Andy Warhol, nell'atto di consegnare a Warhol un premio.

Pillitteri sarà, successivamente, eletto alla Camera dei Deputati nel 1983 e, succedendo al grandissimo e indimenticato Sindaco socialista Carlo Tognoli, ricoprirà la carica di Primo Cittadino nel 1986, con una giunta di Centro-Sinistra, sostenuta, oltre che dal PSI, anche da DC, PSDI, PRI e PLI.

Nel 1987, in disaccordo con la DC, darà vita a forse una delle prime giunte di sinistra in Italia, sostenuta, oltre che dal Partito Socialista Italiano, anche dal Partito Comunista Italiano e dalla Federazione dei Verdi (quando i Verdi erano ancora una cosa seria e non avevano ancora aderito al liberal capitalismo assoluto).

La Milano di quegli anni passerà alla Storia come “la Milano da bere”, in realtà o, forse proprio per questo, saranno gli anni del massimo sviluppo, efficienza e modernizzazione della città, sotto ogni punto di vista.

Un successo che premierà il PSI alle elezioni comunali del 1990, facendogli conquistare il 20% dei consensi.

Nel 1992, anno del Centenario del PSI, Pillitteri sarà rieletto deputato.

Sarà, purtuttavia, l'inizio della fine del socialismo e della democrazia in Italia, per come l'avevamo conosciuta negli anni precedenti.

Pillitteri sarà coinvolto in quella che Bettino Craxi definì la “falsa rivoluzione di Tangentopoli” e sarà allontanato per sempre dalla vita politica.

Continuerà, comunque, la sua attività di giornalista, saggista e critico cinematografico, oltre che la sua docenza di Storia del Cinema presso la Liberà Università di Lingue e Comunicazione IULM.

Ho voluto bene a Paolo Pillitteri, come ho detto spesso anche a sua nipote Ananda Craxi, con la quale ho spesso avuto recenti scambi telefonici.

La sua generazione è ed è stata l'ultima delle generazioni valide in questo Paese e in questo Occidente ormai folle e sconsiderato.

Il suo socialismo, allo stesso modo, difficilmente penso potrà rinascere, in Italia e nella gran parte degli altri Paesi europei.

Molti o, meglio, pochi di noi riescono ancora, in modo indipendente, a portare avanti questa fiaccola, contornata di tanti garofani rossi.

Una fiaccola (e uso il termine fiaccola non a caso, ricordando quella gloriosa del Partito d'Azione, nobile esperienza socialista democratica del dopoguerra), che non si spegnerà mai, pochi o molti che siamo. Pochi o molti che saremo.

Un garofano rosso all'occhiello. Il socialismo nell'anima.

Luca Bagatin

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lunedì 2 dicembre 2024

Alberto De Marchi recensisce, sulla rivista letteraria "Satisfiction", "Ritratti del Socialismo" di Luca Bagatin

Luca Bagatin. Ritratti del Socialismo

Mi appresto con piacere alla compilazione della recensione all’ultima fatica letteraria dell’amico Luca Bagatin, frutto, come tutti i suoi precedenti lavori, di un certosino lavoro di ricerca. In questo saggio, l’autore procede a una disamina che oserei definire enciclopedica della tematica “socialismo” nel senso più ampio possibile del termine, ma al contempo mantenendo dei ben precisi e saldi paletti ideologici, che rispondono ai termini di antimperialismo, anticapitalismo, autogestione, autogoverno, democrazia autentica e populismo (termine, questo, specie ultimamente fortemente abusato, ma di cui Luca dà un’interpretazione tutt’altro che negativa); prova ne sia, a pagina 1, quello che è definibile (lungo) sottotitolo, che recita, di seguito al titolo Ritratti del Socialismo: “da Napoleone a Garibaldi, da Camillo Berneri ai fratelli Rosselli, da Bettino Craxi a Hugo Chavez, da Lucio Colletti a Jean-Claude Michéa, dall’America Latina Socialista alla Repubblica Popolare Cinese”.

Certo, rapportare il termine “socialismo” alle figure dei Napoleone (I e III), può suonare quantomeno bizzarro, eppure Bagatin – il quale, tra le innumerevoli sue collaborazioni, può vantarne una con la francese “Rivista del Secondo Impero” Napoléon III, prossima alla modifica dell’intestazione in Le Souvenir Napoléonien -, lungo un intervento di cinque pagine titolato, senza troppi giri di parole, “Il socialismo di Napoleone III”, fornisce una spiegazione, dati alla mano, di quanto va affermando; in particolare nel paragrafo dal titolo “Bonapartismo operaio”, nel quale definisce quanto Napoleone III (1808–1873) riuscì ad attuare, ovvero “unire nel suo governo giustizia sociale, autorità, armonia e sovranità nazionale attraverso una saggia amministrazione”.

Già più comprensibile l’inserimento nel novero della figura di Giuseppe Garibaldi (1807–1882), portatore di un socialismo libertario, saintsimoniano e umanitario, sincero e fiero antimperialista e repubblicano – anche al netto dell’ “Obbedisco!” pronunciato (o dovuto pronunciare?) a Vittorio Emanuele II a Teano il 26 ottobre 1860 – , alla cui trattazione in volume, oltre che per i tratti personali e politico-ideologici qui esplicati, certo ha contribuito la passione e l’autentica, sana venerazione che l’autore nutre nei confronti dell’Eroe dei Due Mondi e della sua eroica e sfortunata compagna Anita (1821-1849), alla quale pure è dedicato un capitolo del saggio.

Terzo citato nel sottotitolo, Camillo Berneri (1897–1937), socialista lodigiano anarchico e antistalinista autore del pamphlet Umanesimo e Anarchismo (1922), il quale “se non si beccò il piombo fascista, si beccò quello comunista, in quanto prese le difese del Partito Operaio Unificato Marxista di Spagna (POUM), antistalinista e antitotalitario” in occasione della sua sortita colà, a combattere tra le file repubblicane in occasione della Guerra Civile Spagnola (1936–’39).

Sulla vicenda dei fratelli Rosselli, Carlo e Nello, il primo classe 1899, il secondo più giovane di un anno, campioni dell’antifascismo liberalsocialista, credo sia inutile aggiungere righe a quelle già stilate da Luca Bagatin nel suo saggio, dacché ritengo poi a tutti sia nota la fine della medesima, datata 9 giugno 1937, periti a causa delle percosse di emissari fascisti che li raggiunsero fino a Parigi, ove si erano rifugiati da qualche tempo.

Ed eccoci arrivati a una delle figure davvero essenziali del saggio del nostro, ovvero Bettino Craxi (1934–2001), alla cui memoria è dedicato il saggio stesso e la cui nipote Ananda – figlia di suo fratello Antonio – è autrice della prefazione. Sono numerosi i punti dell’azione politica craxiana sui quali Bagatin si sofferma, sin dal primissimo dei capitoli che compongono Ritratti del Socialismo, dal titolo “Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli”, commento ad uno dei molteplici discorsi che Craxi pronunziò contro l’incipiente (allora) fenomeno della globalizzazione. Definito a più riprese da Bagatin “l’ultimo dei socialisti italiani autentici”, egli ritiene che l’accanimento giudiziario nel quale Craxi incorse avrebbe fatto parte di un più ampio processo di destrutturazione della multipolarità mondiale (della medesima tipologia, quindi, delle dissoluzioni di Jugoslavia, URSS e del crollo del Muro di Berlino), operata specialmente da quelle forze cui davvero avrebbe fatto e farebbe tuttora comodo il realizzarsi della profezia di Francis Fukuyama sulla “fine della Storia”.

Anche l’inserimento del fu Presidente venezuelano Hugo Chavez (1954–2013) nel novero dei socialisti trattati dall’autore non suona strano a chi lo conosca. Definito “il Garibaldi latinoamericano”, l’erede – morale e politico – del Libertador Simon Bolivar “lungi dall’ispirarsi al comunismo o al marxismo, si ispir[a] autenticamente al bolivarismo ed al socialismo libertario, citando talvolta anche Montesquieu e spessissimo Cristo, figura di grande rivoluzionario sociale”. Per Bagatin è essenziale lo sguardo al chavismo per un ottimale sviluppo del socialismo odierno e del futuro, tenendo specialmente in considerazione che la Costituzione della Repubblica Bolivariana “sancì per la prima volta nella storia del Venezuela l’introduzione del concetto di democrazia partecipativa e l’introduzione del referendum revocatorio di tutte le cariche pubbliche nella seconda metà del mandato, compresa quella del Presidente”. Autogoverno e autogestione, infatti, sono alcune delle parole (nonché prassi) chiave che Bagatin ritiene essenziali a qualsiasi movimento che davvero voglia dirsi socialista e, per ciò stesso, autenticamente democratico.

Torniamo ora in patria, apprestandoci a trattare di Lucio Colletti (1924-2001), penultima figura citata nel “sottotitolo”: il titolo del capitolo che il nostro autore gli dedica, “Un socialismo largo nel ricordo di Lucio Colletti”, lo spiega affermando che “occorrerebbe […] più che un campo largo liberal-borghese un socialismo largo organizzato, immenso e rosso”. Fu Colletti un finissimo filosofo marxista che combatté la guerra di liberazione dal nazifascismo tra le file di quello che Bagatin definisce “il più nobile dei partiti antifascisti”: il Partito d’Azione. Nell’immediato dopoguerra aderirà al PCI, uscendone però nel 1964; seguiranno quindi, per Colletti, anni di profonde riflessioni che lo porteranno ad avvicinarsi prima al PSI di Bettino Craxi – a partire dalla collaborazione con Mondoperaio, la principale rivista d’area socialista – e, dopo la fine politica di Craxi, eletto parlamentare nelle fila di Forza Italia, divenendo uno dei consiglieri più ascoltati di Silvio Berlusconi (sulla “trasmigrazione” da una parte all’altra dell’emiciclo parlamentare in seguito allo sconvolgimento di Tangentopoli ci sarebbe da aprire una parentesi ben più ampia di questa, ma non è luogo né tempo).

Ed eccoci, infine, all’ultimo dei personaggi citati (naturalmente nel lungo sottotitolo, non certo in tutto il corpo del saggio): Jean-Claude Michéa, classe 1950, “filosofo orwelliano, socialista ed ex aderente al Partito Comunista Francese [che] si riconferma il miglior interprete del socialismo autentico e originario e ciò grazie alla sua incessante denuncia del sistema della crescita economica illimitata; dell’accumulo di capitale che genera conseguente sfruttamento e dell’ideologia del progresso, nata con la Rivoluzione Francese ed all’origine della sinistra borghese e della destra oligarchica, entrambe contrapposte al popolo ed ai suoi rappresentanti: populisti, socialisti e comunisti […]”. Ecco come Bagatin lo presenta, nel capitolo dal titolo: “Socialismo originario, unico antidoto al liberal-capitalismo”, all’interno del quale procede anche a una veloce disamina di alcuni saggi dell’autore francese, Il nostro comune nemico – Considerazioni sui giorni tranquilli del 2018, I misteri della sinistra del 2015 e Il vicolo cieco dell’economia del 2012, i primi due editi, in Italia, da Neri Pozza, il terzo da Elèuthera Edizioni.

Avviandoci verso la conclusione, due parole sui modelli statuali citati in sottotitolo. Per quanto riguarda l’America Latina (socialista) già se n’è parlato, per sineddoche, trattando della figura di Hugo Chavez; chiaramente, l’autore non si limita qui, anzi, dedicando spazio, tra le pagine del suo saggio, all’Uruguay di Pepe Mujica e all’argentina peronista (e neo), alla Cuba castrista (e post) fino al Nicaragua sandinista e alla Bolivia di Evo Morales e successori.

Ma anche la Repubblica Popolare Cinese, “venduta” in Occidente come Stato dittatoriale a partito unico manchevole anche solo delle basi della democrazia, rappresenta uno dei modelli che Luca Bagatin ritiene più meritevoli di essere tenuti d’occhio. Specialmente “l’era Xi” (intendendo il periodo, principiato nel 2012/’13 e tutt’ora in corso nel quale ai vertici – di RPC e PCC – si trova Xi Jinping) viene valutata dal nostro come squisitamente socialista-riformista (tutto il contrario, quindi, della sanguinaria dittatura), portando a tesi di tale posizione, gli studi effettuati da autorevoli esperti e analisti in ambito geopolitico, economico e politologico, primo fra tutti Giancarlo Elia Valori, importante manager italiano e proficuo saggista nonché grande amico di Bagatin stesso.

Innumerevoli altri sarebbero i punti da toccare – per dirne uno soltanto, l’impegno profuso da Luca, anche grazie al supporto e alla collaborazione di alcuni ex socialdemocratici storici, nello studio del Partito Socialista Democratico Italiano, partito “minoritario” di sinistra laica ma dagli esponenti di indubbio valore politico e intellettuale – ma rischierei di tediare alla morte i miei scarsi (intendo numericamente, non certo qualitativamente) lettori! Per ovviare a ciò, una cosa soltanto posso fare: invitarvi caldamente alla lettura di Ritratti del socialismo, autopubblicato ed acquistabile esclusivamente a questo link: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/: veramente un saggio ben scritto, frutto di una perizia invidiabile nello studio e – ultimo ma non ultimo – parto della mente e dell’impegno di un autore coraggioso e coerente, che della sua coerenza ha fatto autentica ragione di vita, nonché base per essere apprezzato, nel rispetto reciproco, anche – e forse soprattutto – da chi, come il sottoscritto, non sempre si trova in linea col suo pensiero.

Alberto De Marchi

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Luca Bagatin, “Ritratti del Socialismo”, Ilmiolibro/Kataweb, 2023, 192 pagg., 17 euro