domenica 16 febbraio 2025

La Namibia celebra la scomparsa del suo leader storico, Sam Nujoma. Articolo di Luca Bagatin

 

Sam Nujoma fu il padre fondatore della Namibia indipendente e primo Presidente del Paese, dal 1990 al 2005, nonché leader dello SWAPO, ovvero l'Organizzazione Popolare dell'Africa del Sud-Ovest, partito socialista democratico panafricano e nazionalista di sinistra, fondato nel 1960.

Sam Nujoma è morto l'8 febbraio scorso, a 95 anni, nell'ospedale della Capitale, Windhoek.

Guida della lotta per l'indipendenza della Namibia dal dominio sudafricano, sin dagli Anni '50, fu successivamente guida del movimento di liberazione dell'intera Africa del Sudovest dal colonialismo britannico.

Lo SWAPO da lui guidato fu, sin da subito, in chiave anti-colonialista, supportato dai principali Paesi socialisti, quali l'URSS, la Repubblica Popolare Cinese, Cuba e la Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Nujoma, peraltro, nel 1973 e nel 1978, fu ospite, in Italia, a Reggio Emilia, della prima Conferenza Internazionale per l'Indipendenza dei Popoli dell'Africa Australe – organizzata dalle autorità regionali e cittadine - e, nel 1982 fu ospite a Roma.

Nel marzo 1990 la Namibia ottenne l'indipendenza ed egli ricoprì la carica di primo Presidente, attuando politiche di riforma sociale e agraria e garantendo tanto i diritti della popolazione namibiana quanto quelli della popolazione bianca, mantenendo peraltro sempre un legame di amicizia con l'Italia, ove fu ospite, in qualità di Presidente, nel 1996 e nel 1998.

Fu grande amico dei leader cinesi Mao Tse-Tung e Zhou Elnai e ha sempre mantenuto un legame di amicizia con la Repubblica Popolare Cinese. Legame che è, ancora oggi, molto forte.

Il Presidente Xi Jinping, a nome del governo e del popolo cinese, ha espresso le sue condoglianze per la scomparsa di Sam Nujoma, ricordando la sua attività di rivoluzionario, statista e guida del popolo namibiano alla ricerca della liberazione nazionale e dell'indipendenza.

Messaggi di cordoglio sono giunti anche da vari leader e organizzazioni socialiste nel mondo.

Fra questi il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, il quale ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale per il leader namibiano e ha dichiarato: “Ha dimostrato per tutta la sua vita un affetto speciale per Cuba e un sostegno alla Rivoluzione cubana, da quando ha guidato l'eroico popolo namibiano nella lotta per l'indipendenza e, più tardi, quando ha assunto la massima leadership del suo nascente stato indipendente, e anche come leader africano, simbolo di fermezza e difesa di giuste cause. Fu un fervente promotore della solidarietà e della cooperazione con Cuba e non cessò mai di riconoscere e apprezzare il contributo cubano alle lotte per la liberazione dell'Africa e la fine dell'apartheid. Il popolo e il governo cubani gli saranno sempre grati per il suo sostegno nella lotta contro il blocco”

Il Presidente socialista sudafricano Cyril Ramaphosa ha ricordato: “Come vicini e compatrioti, il Sudafrica è unito nel dolore ai namibiani che hanno perso il leader della rivoluzione namibiana, che è inseparabile dalla nostra storia di lotta e liberazione. Il dottor Sam Nujoma era uno straordinario combattente per la libertà che divideva il suo programma rivoluzionario tra la lotta della Namibia contro il colonialismo sudafricano e la liberazione del Sudafrica dall'apartheid.

In esilio e in patria, guidò l'Ovambo People's Organisation, la South West Africa People's Organisation e l'Esercito Popolare di Liberazione della Namibia contro la potenza apparentemente incrollabile delle autorità e delle forze coloniali e dell'apartheid. Sam Nujoma ha ispirato il popolo namibiano a un orgoglio e a una resistenza che smentivano le dimensioni della popolazione. Il conseguimento dell'indipendenza della Namibia dal Sudafrica nel 1990 ha acceso in noi l'inevitabilità della nostra liberazione. La leadership del presidente Nujoma per una Namibia libera ha gettato le basi per la solidarietà e la partnership che i nostri due Paesi condividono oggi, una partnership che continueremo ad approfondire come vicini e amici”.

Messaggi di cordoglio sono giunti anche dal Partito Comunista Sudafricano, dal partito marxista sudafricano Economic Freedom Fighters e dall'associazione anti-apartheid britannica Action for Southern Africa

L'attuale Presidente socialista della Namibia, Nangolo Mbumba ha dichiarato, nel ricordare il suo illustre predecessore: “Questo è l'uomo senza il quale sareste ancora sotto il colonialismo. Non dimenticate che... Ha fatto sì che i lavoratori comuni, dai contadini ai minatori, li addestrasse e li rendesse soldati brillanti”.

E al cordoglio si è unita anche l'attuale Premier, la socialista Netumbo Nandi-Ndaitwah, la ha affermato, sui social: “La sua leadership visionaria e la sua dedizione alla liberazione e alla costruzione della nazione hanno gettato le basi per la nostra nazione libera e unita. Onoriamo la sua eredità sostenendo la resilienza, la solidarietà e il servizio disinteressato. I nostri pensieri sono con la sua famiglia e la nazione in lutto. Possa la sua anima riposare in pace eterna”.

Luca Bagatin

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venerdì 14 febbraio 2025

Spiragli di pace in Europa e ritorno alla ragionevolezza? Articolo di Luca Bagatin

Dopo tre anni di guerra, finalmente, forse, qualcuno apre spiragli di pace. Per quanto lo faccia in modo opportunistico, ma al contempo pragmatico.

Opportunistico perché Trump pretende che l'Ucraina ceda le sue terre rare, pragmatico perché è chiaro che, senza una trattativa, il conflitto russo-ucraino è destinato a continuare, con tanto di morti e di danni economici incalcolabili.

Morti e danni economici che una UE guidata da irresponsabili, ma fortunatamente snobbata persino da Trump, sembrano non vedere.

Una guerra che, del resto, fu prevista dallo scrittore russo dissidente Eduard Limonov, nel 1992, il quale mise in guardia dal nazionalismo di estrema destra russofobo, che stava montando nelle Repubbliche post-sovietiche, Ucraina in primis, alimentato dal sostegno Occidentale, esattamente come accaduto in ex Jugoslavia, per distruggere ogni forma di socialismo e sovranità ad Est.

Molto interessante l'editoriale di Marco Travaglio su “Il Fatto Quotidiano”, dal titolo “Pacifinti e paciveri”, il quale, fra le altre cose, scrive: Non esiste discarica o inceneritore tanto capiente per smaltire tre anni di pattume atlantista sull’Ucraina. L’aggressore e l’aggredito, la democrazia e la dittatura, l’Impero del Bene e quello del Male, il conflitto non provocato, le armi fino alla vittoria sulla Russia, Mosca in default per le sanzioni, la pace o i condizionatori accesi, Putin morente e isolato dal mondo e prossimo al golpe, il nuovo Hitler che vuole invaderci tutti, i nuovi Chamberlain che vogliono la resa, gli eroi dell’Azov con le svastiche, le liste dei putiniani fino al Papa e a Dostoevskij, i pacifinti, non si tratta con il nemico, i negoziati solo quando vuole Kiev e i russi si ritirano, l’Armata Rotta che combatte con le pale del 1869, la controffensiva di primavera che riprende il Donbass e pure la Crimea, i confini del 1991, l’Ucraina nella Nato, il Piano Draghi per l’economia di guerra, gli attacchi a Orbán e Scholz che osano parlare con Putin, i missili in Russia, le truppe di Macron, il geniale blitz a Kursk, il piano della vittoria di Zelensky in 10 punti, la pace giusta: tutto nel cesso.

Sono bastate tre settimane scarse di Trump alla Casa Bianca per cancellare con un paio di telefonate e di grugniti una delle più vergognose pagine di viltà, servilismo e disinformatia della storia moderna”.

E molto interessante è quanto scrive l'amico Paolo Di Mizio, giornalista di lungo corso e già caporedattore del TG5, su “La Notizia”, in risposta a una lettrice, in particolare in questo passaggio: “La tedesca Ursula passerà alla storia come colei che ha ucciso l’idea fondante dell’Ue, trasformando la democrazia in una tecnocrazia finanziaria aliena ai popoli. E non da meno sono certe erinni nordeuropee intrise di una cultura dell’odio, in particolare verso i russi, come la estone Kaja Kallas e la finlandese Sanna Marin. Di quest’ultima sarà ricordato solo che ha distrutto la neutralità della Finlandia e che da premier partecipava a party con sbaciucchiamento di partner maschili e femminili”.

La posizione corretta e lungimirante l'ha avuta, sin dall'inizio della crisi ucraina, la Repubblica Popolare Cinese.

Nel febbraio 2022, infatti, il Ministro degli Esteri Wang Yi, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, dichiarava, come riportavo in un mio articolo del 21 febbraio 2022: “L’Ucraina deve essere un ponte che unisce Est e Ovest e non una linea di fronte per una competizione tra diverse potenze”; proseguendo, affermò che occorre: “una soluzione pacifica che garantisca sicurezza e stabilità in Europa”, ricordando anche che “nessuno è al di sopra del diritto internazionale” e che “anche le preoccupazioni della Russia devono essere rispettate” e, all’UE aveva fatto presente che, “Se ci sarà un allargamento dell’Alleanza Atlantica ci sarà davvero garanzia della pace?” E’ una domanda che i nostri amici in Europa si devono porre seriamente”.

Perché le parti non possono sedersi ad un tavolo, condurre colloqui dettagliati ed elaborare un piano per mettere in atto le intese di Minsk?”.

Il Ministro Wang sottolineò anche come si è tornati ad una mentalità da Guerra fredda, ma è sbagliato riportare indietro le lancette della Storia. Per trasformare il mondo in un posto migliore, i Paesi devono lavorare insieme, in un clima fondato sulla cooperazione, non sulla competizione”.

La posizione cinese fu ed è, peraltro, sostenuta anche dal Brasile del socialista Lula; dalla diplomazia Vaticana e anche dal governo socialista democratico slovacco di Robert Fico e da quello ungherese presieduto da Orban.

Posizioni che venivano ben prima dai progetti di Trump, che, come ho scritto, hanno il loro lato opportunistico. Del resto, se Biden aveva un volto bellicista e irresponsabile, Trump ha un volto non certo pacifista e lo si vede relativamente ai suoi piani per Gaza e all'assurda idea di allargare gli USA al Canada e alla Groenlandia. Groenlandia che, peraltro, presieduta dal socialista democratico di origine inuit, Múte Inequnaaluk Bourup Egede, leader del partito socialista democratico, ecologista e indipendentista Inuit Ataqatigiit, da anni vorrebbe l'indipendenza dalla Danimarca e certamente non vede di buon occhio le mire espansionistiche statunitensi.

Il Premier Múte Inequnaaluk Bourup Egede, del resto, aveva già recentemente dichiarato che “La Groenlandia è del popolo groenlandese. Non vogliamo essere danesi, non vogliamo essere americani. Vogliamo essere groenlandesi”, aggiungendo “Abbiamo un desiderio di indipendenza, un desiderio di essere padroni della nostra casa… Questo è qualcosa che tutti dovrebbero rispettare”(...) ciò non significa che taglieremo tutti i legami, tutte le cooperazioni e tutte le relazioni con la Danimarca”, dichiarandosi ad ogni modo disposto a confrontarsi con Trump.

Bene i segnali di distensione di Trump, che parla di dimezzare il budget militare USA e invita Mosca e Pechino a fare altrettanto. Male la sua politica sui dazi, che rischiano di danneggiare l'economia globale e di innalzare nuovi muri.

Male le sue mire espansionistiche in America Latina, che torna ad essere considerata il “cortile di casa” degli USA e male il suo piano per Gaza, al quale ha già risposto la Cina, ribadendo che la Palestina deve essere dei palestinesi e che occorre una soluzione a due Stati.

Malissimo, ad ogni modo, come dicevamo, una UE marginalizzata e snobbata, perché senza un piano che non sia un continuo alimentare un conflitto insensato e un sostegno al governo di un Paese, l'Ucraina, né UE, né NATO, preda di oligarchie, russofobia, estremismo di destra, che si appresta a cedere le sue terre rare agli USA e che ha messo al bando l'opposizione di sinistra e congelato le elezioni.

Una UE che equipara nazismo a comunismo sovietico, unicamente per provocare la Russia, che non viene nemmeno riconosciuta quale liberatrice dell'Europa dal nazifascismo.

Una UE che vorrebbe aumentare le spese militari e divisissima al suo interno e guidata da una classe politica assolutamente priva di costrutto e autoreferenziale. E che sta alimentando, direttamente o indirettamente, una pericolosa estrema destra che rischia di farci tornare indietro agli anni più oscuri della Storia.

Se l'UE volesse avere davvero un ruolo serio, dovrebbe porsi quale cerniera fra Ovest ed Est. Integrare la Russia nel suo sistema; entrare nei BRICS; investire in formazione, ricerca e sanità; promuovere la cooperazione internazionale e una NATO globale, proponendo l'entrata di quanti più Paesi possibili, compresa Russia e Cina, mirando a garantire stabilità, equità, cybersicurezza e lotta al terrorismo internazionale, che, lo abbiamo visto anche con il recente attentato di Monaco, è più vivo che mai.

Una UE senza un piano, che rimane serva dei desiderata del Presidente degli USA di turno è dannosa, in particolare per sé stessa. E lo è una UE senza una classe dirigente di alto profilo, che rimane ancorata a vecchie logiche da Guerra Fredda e che segue chi parla di “pace o condizionatori”, come se fossimo al mercato.

L'UE della Von Der Leyen, delle Kallas e dei Draghi, non è l'Europa unita e fraterna dei Giuseppe Saragat, degli Ernesto Rossi, dei Mario Bergamo e dei Bettino Craxi, che sono stati i nostri maestri politici, di ispirazione socialista democratica e repubblicana mazziniana.

Chi scrive guarda e guarderà sempre a loro, contro ogni fondamentalismo, feticismo ideologico, odio di parte e contro ogni irragionevolezza politica, che, purtroppo, sembrano attualmente prevalere. E che ci porteranno sempre più in basso.

Luca Bagatin

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domenica 9 febbraio 2025

Edmondo De Amicis, un cuore socialista grande così. Articolo di Luca Bagatin

  

Il compianto Compagno socialista Paolo Pillitteri, oltre ad essere stato insigne critico cinematografico, indimenticato Sindaco di Milano e parlamentare del PSI, fu anche attento studioso e biografo del socialismo italiano.

Mi è capitato di recente di leggere una bellissima biografia, scritta da Pillitteri e pubblicata da SugarCo nel 1989, di una figura tanto celebre quanto poco approfondita dalla storiografia italiana, ovvero quella di Edmondo Da Amicis.

Con “Un cuore grande così – Edmondo De Amicis un uomo per il socialismo”, Paolo Pillitteri dà lustro allo scrittore italiano piemontese, nato nel 1846 e pressoché ricordato unicamente per il celebre romanzo “Cuore”.

De Amicis, però, scrisse ben altro e rappresentò, per la cultura e la politica sociale dell'epoca, moltissimo altro.

Nato a Oneglia, figlio di un banchiere regio dei Sali e Tabacchi di idee moderate, visse la sua infanzia a Cuneo.

A Cuneo intraprese studi ginnasiali e, ad appena tredici anni, affascinato dalle idee risorgimentali, decise di arruolarsi al seguito di Giuseppe Garibaldi. Se non divenne uno dei Mille, ad ogni modo, lo si dovrà alla madre, che gli impedì di partire per la Sicilia.

Nel 1861 entrò nel Collegio militare di Torino e intraprese la carriera militare, aspetto che gli permetterà, anni dopo, di scrivere la sua prima opera narrativa, ovvero “La vita militare”, edita da Treves nel 1868.

Nel 1863 proseguirà gli studi nel Collegio militare di Modena e, nel 1865 ne uscirà con il grado di sottotenente. L'anno successivo parteciperà alla celebre battaglia di Custoza della Terza Guerra d'Indipendenza italiana e partecipò anche, in qualità di giornalista militare della rivista “Italia Militare”, alla breccia di Porta Pia, a Roma, nel 1870 e, successivamente, lasciò l'esercito.

Pillitteri, nella sua ottima biografia, ci ricorda questo e molto altro.

Ci ricorda il De Amicis corrispondente dall'America Latina, nel 1884, quando descriverà – per primo – l'emigrazione italiana di quegli anni. Esperienza dalla quale trarrà il romanzo “Sull'Oceano”, pubblicato nel 1889. Solo e unico romanzo italiano che affronti il tema dell'emigrazione italiana nell'800.

E Pillitteri ci ricorda come, aldilà del romanzo “Cuore”, del 1886, con il quale divenne celebre, egli si avvicinò, nel 1890, al socialismo italiano, guidato da Filippo Turati e Anna Kuliscioff. E ciò anche grazie all'osservazione, vissuta da vicino, della sofferenza provata dagli emigranti, dagli umili, dai diseredati e dagli operai della sua epoca, che andavano ad ingrossare le fila di un proletariato sempre più in crescita e sfruttato dalle classi più abbienti.

In quell'anno, il De Amicis tenne un discorso agli operai torinesi, proclamandosi socialista, iniziando a intraprendere studi marxisti e a redigere il romanzo incompiuto “Primo Maggio”, che sarà pubblicato solo molti decenni dopo la morte, ovvero nel 1980, anche grazie alla rivalutazione dell'opera socialista deamicisiana operata dal Segretario del PSI Bettino Craxi.

E De Amicis diverrà socialista nonostante i pesanti contrasti famigliari con la moglie Teresa, bigotta e conservatrice. E saranno proprio le liti fra i due che porteranno il figlio maggiore, Furio, a uccidersi con un colpo di pistola alla tempia, su una panchina del parco del Valentino, nel 1898, a soli ventidue anni.

Aspetto che porterà il De Amicis, oltre alla morte della madre, ultraottantenne, a deprimersi profondamente e a rinunciare anche al seggio di deputato socialista, che aveva conquistato ottenendo ben 1098 voti, molti dei quali anche di non socialisti, ovvero di ammiratori e estimatori delle sue opere letterarie.

Tutte le opere di De Amicis e tutta la sua vita è basata sulla rettitudine, il senso del dovere, del sacrificio e dell'altruismo.

Ne “La vita militare”, come ricorda Pillitteri, De Amicis fa il ritratto di un soldato buono, coraggioso, al servizio di un Paese povero e arretrato quale era l'Italia post-Risorgimentale. Un soldato che combatte i briganti e assiste i malati di colera.

In “Sull'Oceano”, descrive la miseria e il coraggio dei poveri emigranti, costretti ad andare all'estero e a lasciare la terra natia.

In “Cuore” ci sono i primi vagiti del suo socialismo di ispirazione risorgimentale, mazziniana e garibaldina. Un socialismo fondato prima di tutto sull'istruzione e sulla ricerca di elevazione morale e intellettuale del popolo.

Non a caso, Paolo Pillitteri, nella biografia deamicisiana, riporta la frase che Giuseppe Mazzini disse all'amico anarchico russo Michail Bakunin – e con lui fondatore, assieme a Marx ed Engels, della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864 – quando questi gli chiese quale sarebbe stato il primo articolo del programma di una eventuale Repubblica italiana. Mazzini gli disse: “Fonderei scuole, poi scuole, poi ancora scuole”.

La classe dirigente dell'epoca molto si diede da fare per elevare un popolo, all'epoca analfabeta, riscattandolo dall'ignoranza.

I primi socialisti dell'epoca, riuniti nella rivista “Cuore e Critica”, fondata dal repubblicano-socialista Arcangelo Ghisleri nel 1887 (e nucleo di quella che diverrà la rivista del Partito Socialista Italiano, ovvero “Critica Sociale”, fondata da Turati nel 1891), rilevarono, peraltro, la necessità di creare un legame fra lavoratori e insegnanti, in modo che, questi ultimi, potessero infondere, nelle classi popolari, quello spirito di libertà e di riscatto sociale indispensabile al fine di permettere loro di divenire donne e uomini emancipati. Non solo sotto il profilo sociale, ma anche sotto quello morale e intellettuale.

E “Cuore”, per molti versi, ci racconta anche questo, benché De Amicis non fosse ancora entrato in contatto con Turati e i socialisti.

Un romanzo in cui la generosità, l'educazione al sacrificio e la rettitudine morale vengono esaltati, nel solco, del resto, degli insegnamenti di Mazzini e Garibaldi, che possono essere considerati dei socialisti ante-litteram. In particolare quest'ultimo che parlava di “Socialismo” quale “Sol dell'Avvenire”, ispirandosi del resto agli insegnamenti, anche spirituali – fondati sull'amore per il prossimo - del filosofo francese Claude-Henri de Rouvroy de Saint-Simon.

Come ci rammenta Pillitteri, De Amicis non nasce, dunque, socialista classista, per così dire, ma socialista del cuore, ispirato da ciò che vede: miseria, sofferenza, disperazione, emarginazione, diseguaglianze sociali.

Aspetti che, a partire dal 1890, inizierà apertamente a denunciare, anche in articoli sulla stampa socialista, oltre che nel romanzo “Primo Maggio”, pubblicato postumo.

E ad ispirarlo sono gli scritti di Turati e Anna Kuliscioff - che gli saranno amici e confidenti - anche a prezzo dei continui contrasti e dissidi con la moglie, che arriverà persino, nel 1901, a dare alle stampe un volume di oltre 700 pagine, allo scopo di diffamare il marito.

Edmondo De Amicis, come Turati e la Kuliscioff, sarà sempre un socialista gradualista, contro ogni forma di violenza e di insurrezione violenta, ritenendo che solo attraverso le riforme si potesse giungere a emancipare le classi oppresse.

E questo lo rende, a tutti gli effetti, un esponente del socialismo italiano, purtroppo spesso dimenticato e spesso bistrattato da certa memorialistica.

Paolo Pillitteri, con la sua rara biografia, che consiglio caldamente di leggere e recuperare, ci restituisce la figura di questo grande scrittore italiano, nella sua completezza.

Una biografia che, in appendice, comprende anche i ricordi di Turati e della Kuliscioff in merito a De Amicis. Quest'ultima, in particolare, in una lettera al compagno, così lo ricorda in modo straziante, il giorno della sua morte, l'11 marzo 1908: “In questo momento ricevo il “Corriere” colla fulminea notizia della morte del De Amicis. Povero uomo! Dopo aver prodigato tanto tenero affetto, dopo aver intenerito quasi due generazioni è morto solo come un cane, che tristezza! Non so dirti come mi duole questa morte senza che ci fosse anima viva a lui vicino. Poveretto! Ed era tanto buono”.

Dopo quella lettera, Turati si recherà alla Camera dei Deputati a commemorare l'amico e compagno socialista, proferendo queste parole: “Egli fu il solo che insegnasse veramente a pensare, parlare, palpitare per la patria e per le cose alte e pure a milioni di uomini, di donne, di fanciulli...”.

Edmondo De Amicis aveva davvero un cuore grande così. Un cuore socialista.

Luca Bagatin

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sabato 8 febbraio 2025

9 febbraio 1849: proclamazione della Repubblica Romana. Articolo di Luca Bagatin

Il 9 febbraio merita di essere ricordato e celebrato in quanto, in quella data, nel 1849, fu proclamata l'unica vera Repubblica che l'Italia abbia mai davvero conosciuto.

Proclamata dal Triumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, conquistata con il sangue di patrioti garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, fu fondata sulla sovranità del Popolo, sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.

Durò, purtroppo, solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III (personaggio storico che ad ogni modo merita di essere studiato e approfondito, in quanto fu comunque, in politica interna, un grande riformatore sociale), alleati del Papa dei cattolici.

Una Repubblica indipendente, quella Romana del 1849, non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia.

Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo, moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera di partito, ovvero Giuseppe Garibaldi. Eroina dei Due Mondi, tanto lei – nata in Brasile - quanto il marito, in quanto lottò con lui, sia in America Latina che in Italia, contro ogni forma di oppressione, sopruso, tirannide.

Una Repubblica – quella Romana del 1849 - dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso di interessi di potere contrapposti, la quale oggi è totalmente serva di logiche internazionali, dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea, passando per la NATO e l'UE.

Entità lontane dalle genti e che tanto ricordano l'Impero Asburgico e i difensori dell'Ancien Régime, opposti ad ogni forma di sovranità popolare diretta e, dunque, lontano da ogni forma di democrazia autentica, così come la intendevano Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele d'Annunzio e del mazziniano Alceste De Ambris del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino caratterizzando questa nuova impresa con aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e teosofici.

Si pensi – peraltro - che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.

Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di d'Annunzio.

Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti imperialisti dall'altra.

La Storia è sempre destinata, tristemente, a ripetersi. Ma non va mai dimenticata e sempre approfondita.

Luca Bagatin

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venerdì 7 febbraio 2025

All'UE delle destre in salsa Ursula-Kallas, contrapponiamo i valori del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Saragat, Balabanoff, Bianchi, Tremelloni...

 


A una UE sempre più di estrema destra, più o meno camuffata - fra pericolose maggioranze Ursula e Kaje Kallas varie - che soffia sui conflitti e che vorrebbe aumentare la spesa militare, anziché investire in istruzione, sanità e politiche sociali e che vorrebbe mettere al bando la Falce e Martello (peraltro simbolo di derivazione esoterica e massonica, prima ancora che socialista, a indicare i valori di Forza e Sapienza), vorremmo rispondere con il simbolo e i valori del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) di  Giuseppe Saragat, Angelica Balabanoff, Ludovico D'Aragona, Bianca Bianchi, Roberto Tremelloni e molti altri. Il futuro dovrebbe essere socialista democratico, per una Europa dei diritti sociali, della pace, dell'amore e delle libertà da ogni blocco contrapposto e da ogni fondamentalismo. 

Luca Bagatin

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